In questo articolo potete leggere il capitolo bonus 9 Fourth Wing italiano (pov Xaden).
Esistono dei capitoli bonus di Fourth Wing, scritti proprio da Rebecca Yarros, quindi completamente canon. In questo articolo potete leggere il capitolo bonus 9 Fourth Wing in italiano. Questo capitolo (tradotto in italiano) era stato pubblicato parecchio tempo fa direttamente sul sito dell’editore italiano del libro, ma la pagina a cui era stato pubblicato ormai non esiste più! Ci ha fornito questo contenuto la pagina Fourth Wing Italia.
Nota bene: Il capitolo, come già detto, è stato tradotto in italiano direttamente dall’editore, quindi non dovrebbero esserci errori.
Ecco a voi quindi un contenuto extra di Fourth Wing: il capitolo bonus 9 (pov Xaden).
Buona lettura!
Capitolo bonus 9 Fourth Wing italiano (pov Xaden)
CAPITOLO 9
XADEN
«Non pensi che ti serviranno?» mi chiede Sorrengail, stringendo due
pugnali e tenendomi testa sul tappeto con un impressionante coraggio.
Diavolo, sto per farla fuori, malgrado abbia consegnato le mie armi a
Imogen, eppure lei sembra più incazzata che terrorizzata.
«Sarebbe un’azione alquanto sconsiderata», mi fa notare Sgaeyl.
«No. Ne hai abbastanza per tutti e due.» Incurvo la bocca in un sorriso,
mentre piego le dita per invitarla a farsi avanti, poi mi schermo a dovere,
dato che Aetos è nei paraggi. Se la cava bene sul tappeto, anche se è un
po’ troppo rigido per eccellere in questo posto. «Forza.»
Assume una posizione da combattimento e io dimentico i membri della
Seconda Squadra intorno a noi e la missione che devo compiere questo
fine settimana per concentrarmi soltanto su di lei. Violet Sorrengail. La
figlia di un metro e cinquanta del generale che ha giustiziato mio padre.
Stando al Codice, ho tutto il diritto di fare di lei ciò che voglio. Sono un
suo superiore, ma non fa parte della mia squadra.
Potrei spezzarle il collo e nessuno in questa palestra interferirebbe. Ma
le centosette anime di cui sono responsabile ne pagherebbero il prezzo.
Quindi perché diavolo mi sono messo in questa posizione?
Cambia leggermente la sua postura, muovendo il polso un secondo
prima di scagliare un pugnale contro il mio dannato petto.
Lo afferro per puro riflesso, poi schiocco la lingua. «Ho già visto
questa mossa.»
È per questo che la sto sfidando. Ho impiegato due settimane a capire
che ha trovato la maniera di conoscere in anticipo chi dovrà affrontare,
in modo da potere avvelenare i suoi avversari. M’intriga molto la sua
mente brillante e subdola, ma è destinata a morire se farà affidamento
solo su di essa e sui pugnali, come in un numero di carnevale. Con mia
grande sorpresa, questo pensiero non mi rende felice. Non so perché,
ma non riesco a inquadrarla.
Mi attacca con una tipica combinazione di colpi e calci da primo
anno, tanto facile da prevedere quanto da neutralizzare. Schivo senza
problemi la lama mal bilanciata e gliela strappo di mano, poi, usando il
suo stesso slancio e il mio peso corporeo a suo sfavore, l’afferro per la
coscia e l’atterro.
Spalanca gli occhi nocciola mentre mi fissa senza fiato. Io lascio ca-
dere il pugnale e lo scalcio fuori dalla sua portata, verso il caposquadra
che avrebbe dovuto addestrarla meglio.
Se fosse un’avversaria qualsiasi, le punterei la lama alla gola, di-
mostrando la mia superiorità e ponendo fine all’incontro, ma che io sia
dannato se non mi sento in qualche modo in debito con la ragazza del
primo anno che ha tenuto la bocca chiusa sull’incontro segreto a cui ha
assistito. La ripago non uccidendola, mentre giace ai miei piedi lottando
contro i suoi stessi polmoni.
Quando finalmente riesce a respirare più o meno normalmente e a
mettersi seduta, cerca di affondare una lama nella mia coscia.
Oh, per l’amor del cielo.
Blocco il colpo con l’avambraccio destro, poi le afferro il polso con
la mano sinistra e la disarmo, invadendo il suo spazio e fermandomi a
pochi centimetri dal suo viso. «Sei a caccia di sangue oggi, Violence?»
sussurro.
La rabbia brilla in quegli occhi ipnotizzanti, mentre lascio cadere
il suo pugnale sul tappeto e lo scalcio fuori dalla sua portata. È troppo
facile da disarmare e la sua falsa sicurezza la farà uccidere. E poi per-
ché cazzo non usa delle lame adatte alla sua corporatura e al suo stile
di combattimento? Non che abbia sviluppato un vero e proprio stile di
combattimento.
«Mi chiamo Violet», ribatte lei e quasi quasi mi aspetto che mi soffi
contro come un gatto. Me lo ricorda con quelle sue linee slanciate e gli
artigli affilati. Solo il battito del polso contro i miei polpastrelli rivela
il suo terrore.
Violet è un nome troppo dolce. Troppo fragile. So bene quello che
la gente dice delle sue ossa e delle sue articolazioni, ma a quanto vedo
la sua anima è fatta d’acciaio.
«Credo che il mio soprannome ti stia meglio.» Lascio andare il suo
polso e mi metto in piedi, offrendole una mano e sperando che sia ab-
bastanza intelligente da non accettarla. «Non abbiamo ancora finito.»
Invece lo fa.
Cazzo, è pure ingenua. L’aiuto ad alzarsi e poi la faccio girare prima
che riesca a bilanciarsi, torcendole il braccio dietro la schiena e intrap-
polando le nostre mani tra di noi, mentre la strattono con forza contro il
mio petto. Sì, è troppo ingenua per questo posto.
«Dannazione!» esclama.
Estraggo il pugnale odiosamente grande dal fodero all’altezza della
sua coscia e lo appoggio sulla pelle morbida della sua gola, immobi-
lizzandola con l’avambraccio. Lei adagia la testa contro il mio petto, le
punte argentate dei suoi capelli intrecciate in una corona. Mi arriva a
malapena alla clavicola. Io chino il capo per non farmi sentire dagli altri
e, per gli dei, ha un profumo fottutamente buono…
Non pensare al suo odore, idiota.
«Non fidarti mai di chi ti sta affrontando sul tappeto», le dico con un
filo di voce vicino all’orecchio, stando attento a non toccarla con la bocca.
Da quando in qua ho voglia di toccare un mio avversario con la bocca?
«Neanche di qualcuno che mi deve un favore?» replica lei ugualmente
a bassa voce.
Il calore mi divampa nel petto in segno di apprezzamento per la sua
discrezione, per avere afferrato al volo che questa lezione non è destinata
a essere divulgata al pubblico, e lascio cadere la lama, calciandola, pro-
prio come le altre due, verso il suo caposquadra, che ha un’espressione
severa e fintamente minacciosa.
«Sarò io a decidere quando restituirti il favore, non tu.» La lascio
andare per non slogarle la spalla e faccio un passo indietro.
Lei reagisce immediatamente, girandosi con un pugno alzato, che
allontano dalla mia gola.
«Brava.» Non posso fare a meno di sorridere, mentre neutralizzo il
suo successivo tentativo con altrettanta facilità. «La gola è il bersaglio
migliore, purché sia esposta.»
Le sue guance si arrossano, la rabbia le fa socchiudere gli occhi, mentre
mi attacca con la stessa fottuta combinazione di prima e io la prendo di
nuovo per la coscia, sguainando un altro pugnale e lasciandolo cadere
prima di liberarla. Inarco il sopracciglio sfregiato in segno di disappunto.
È più intelligente di così. «Mi aspetto che tu impari dai tuoi errori.» Lo
scalcio verso Aetos.
Recupera un’altra arma e si mette in posizione di difesa, mentre mi
gira attorno. Non riesco a trattenermi dal sospirare in preda al più totale
fastidio. Non ho bisogno di voltarmi per sentire ogni passo esitante che
fa sul tappeto dietro di me.
«Hai intenzione di pavoneggiarti o di colpirmi?» Dovrebbe farla
passare all’azione.
Le ombre sul tappeto la tradiscono e io mi torco e mi abbasso proprio
quando lei si lancia in avanti, con il coltello che fende l’aria nel punto in
cui mi trovavo fino a qualche secondo prima. Almeno ci ha provato, ma
la mossa l’ha lasciata esposta, così le stringo il braccio per farla roteare
intorno al mio busto, mandandola a sbattere a faccia in giù sul tappeto.
Poi mi butto a terra su di lei.
Ansima quando le strattono il braccio in una presa di sottomissione,
costringendola a gettare il pugnale. Facendo attenzione a bilanciare la
maggior parte del mio peso sulla destra, appoggio il ginocchio sinistro
sulla sua schiena quanto basta perché senta un po’ di pressione. Deve
imparare a reagire anche quando è totalmente bloccata e a pensare in
modo lucido a un passo dalla morte. Le sfilo un altro pugnale e lo lancio
ai piedi del suo caposquadra, poi ne estraggo un altro dalle costole e lo
premo contro la pelle esposta sotto la sua mascella.
A quel punto mi chino su di lei. «Sei stata molto intelligente a
mettere KO il tuo nemico prima delle sfide, te lo concedo», le sussurro
all’orecchio e lei s’irrigidisce sotto di me. Sì, Violence, so che cosa stai
combinando. «Il problema è che, se non ti metti alla prova…» Sfrego
la lama sul suo collo, facendo attenzione a non far uscire il sangue.
«…Non migliorerai mai.»
«Scommetto che preferiresti che morissi», ribatte lei con il lato del
viso schiacciato contro il tappeto.
«E privarmi così del piacere della tua compagnia?» Grondo sarcasmo.
«Ti odio, cazzo.»
Rivolgo un angolo della mia bocca verso l’alto. Dei, è spietata quanto
Sgaeyl con quella sua lingua. «Sei in ottima compagnia.»
Mi rimetto in piedi e scalcio i coltelli verso Aetos, lasciando a Sor-
rengail altri due pugnali con cui combattere. Dopodiché le offro di
nuovo la mano.
Lei aggrotta le sopracciglia, ma stavolta non accetta il mio aiuto, pre-
ferendo alzarsi da sola. Incurvo la bocca in un altro sorriso. Non ricordo
l’ultima volta che mi sono divertito così tanto. Ogni sua espressione è
meravigliosamente trasparente. Non c’è astuzia in lei. Nessun artificio.
E nemmeno autocontrollo. «Hai imparato. Bene.»
«Sì, imparo in fretta», risponde lei.
«Questo è ancora da vedere.» Faccio due passi indietro e la invito di
nuovo a caricarmi piegando le dita.
«Direi che hai dimostrato quello che volevi.» Ha alzato la voce in
modo da farsi sentire anche dagli altri e Imogen sussulta dietro di me,
senza dubbio preoccupata che io perda le staffe e la uccida.
Ma farla fuori è l’ultimo dei miei pensieri.
«Credimi, ho appena iniziato.» Incrocio le braccia sul petto e sposto
il peso all’indietro, curioso di vedere che cosa s’inventerà adesso e, so-
prattutto, alquanto perplesso perché non dovrebbe interessarmi così tanto.
Certo, è bella, ma non mi lascio influenzare dalla simmetria dei
lineamenti del suo viso. E non si tratta nemmeno dell’odio ravvisabile
nei suoi occhi che cambiano continuamente colore. Sono abituato a
essere detestato. È la combinazione del suo disprezzo e del suo silenzio
sull’incontro segreto di noi marchiati a renderla così intrigante da non
poterla ignorare.
Si muove e, distratto dai miei pensieri, non riesco a reagire abbastanza
in fretta. Così, quando mi assesta un calcio sulla parte posteriore delle
ginocchia, cado. Con forza.
Porca puttana.
«Che cosa ti ho detto sull’essere sconsiderato?» Sgaeyl fa breccia
nel mio scudo. «La ragazza dai capelli d’argento è una distrazione che
non puoi…»
Mi radico mentalmente nella mia collina a Tyrrendor e rafforzo la
mia schermatura, bloccando il mio drago. Mi prenderà in giro all’infinito
per questo passo falso.
Sorrengail piomba sulla mia schiena per tentare una presa di testa.
Buon per lei. È una scelta azzeccata, peccato che non sia abbastanza forte
da interrompere la mia riserva d’aria. Invece di puntare sulle sue vere
abilità, combatte come se fosse più alta di quindici centimetri e avesse
una quarantina di chili in più.
Non mi preoccupo delle sue braccia. Con una rapida torsione, mi
libero dalla sua presa e, in un unico movimento, afferro la parte poste-
riore delle sue cosce, facendoci rotolare e bloccandola con la schiena
sul tappeto. Prima che possa riprendere fiato, appoggio l’avambraccio
contro la linea delicata della sua gola senza però premere.
In questa posizione potrei ammazzarla in una dozzina di modi diversi,
dato che è completamente sottomessa. Ma nonostante io abbia ancorato
i suoi fianchi a terra con i miei, sto sostenendo la maggior parte del mio
peso con il braccio sinistro per non schiacciarla.
È fregata e il lampo di paura che si affretta a mascherare con tutta la
sua furia mi dice che lo sa anche lei.
Dannazione. Non voglio schiacciarla.
Che cazzo mi sta succedendo?
Afferra un pugnale e commette il monumentale errore di puntare
alla mia spalla.
Lascio andare la sua gola per afferrarle il polso, bloccandolo sopra
la testa. Poi osservo affascinato il suo volto, mentre la sua espressione
passa dallo stordimento alla paura, alla rabbia, con le labbra contratte, il
tutto nel giro di pochi istanti. La velocità con cui elabora le informazioni
e compartimenta i suoi sentimenti è un enorme vantaggio, ma dubito
che lei ne sia consapevole.
Le chiazze rosse sul suo collo invadono le guance e, improvvisamente,
mi ritrovo a studiarla per un motivo completamente diverso. Il rossore, il
battito accelerato, il suo sguardo che si abbassa sulla mia bocca per una
frazione di secondo… non sono l’unico a provare una certa attrazione.
Cazzo. Questa cosa è pericolosa. Lei è pericolosa.
Il mondo fuori dal tappeto cessa di esistere, mentre Violence cattura
tutta la mia attenzione. È davvero stupefacente, soprattutto quando è
incazzata. La tensione sale tra di noi e il mio battito cardiaco aumenta,
nonostante i miei sforzi per bloccarlo. Ma non posso semplicemente
ignorare la sensazione che mi trasmette il suo corpo contro il mio, il ca-
lore della sua pelle sotto i miei polpastrelli, il modo in cui il suo respiro
si fa affannoso, quando abbasso lentamente il viso verso il suo.
Facendo scorrere le dita sul suo polso, le faccio aprire il pugno, poi
getto via la lama sul tappeto. A quel punto mollo la presa.
«Estrai l’ultimo pugnale», le ordino.
«Cosa?» Spalanca gli occhi.
«Estrai. L’ultimo. Pugnale», ripeto, spostando la sua mano verso le
sue costole, dove ha l’unica lama che l’è rimasta. Avvolgo le dita intorno
alle sue, afferrando l’impugnatura.
Anche le sue mani sono morbide. Fragili. Frangibili. E se non le in-
segno a usare a suo vantaggio il corpo minuto che si ritrova, il prossimo
avversario la farà a pezzi. E per qualche fottuta ragione che non riesco
a identificare o che sto negando… m’interessa.
Che gli dei siano dannati.
«Sei minuscola.» La rabbia ribolle nel mio stomaco.
«Ne sono ben consapevole.» Mi fissa.
«Quindi smettila di fare delle mosse più grandi di te che ti espongono.»
Direziono la punta della lama sul mio fianco. «Un colpo ben assestato
alle costole mi avrebbe dato del filo da torcere.» Poi sposto le nostre
mani sulla schiena, concedendomi di essere vulnerabile per la prima
volta da quando sono entrato in questa prigione sotto forma di accademia
militare. «Anche le reni sono un ottimo bersaglio in questa posizione.»
Deglutisce e io combatto l’impulso di osservare il movimento della
sua gola, sostenendo invece il suo sguardo. Giuro che i suoi occhi hanno
un colore diverso ogni volta che li fisso. Non c’è da stupirsi che non
riesca a smettere di ammirarla.
Porto le mani alla vita senza distogliere lo sguardo. «È probabile che
l’armatura lasci esposto il tuo avversario proprio qui. Sono tre punti facili
a cui avresti potuto mirare prima che lui avesse il tempo di fermarti.»
Socchiude le labbra per fare un respiro tremolante.
«Mi hai sentito?» Non ho intenzione di ripetere la lezione.
Lei annuisce.
«Bene, perché non puoi avvelenare tutti i nemici che incontrerai»,
sussurro, osservandola impallidire alla mia affermazione. «Non avrai
tempo di offrire del tè ai cavalieri braevi, che si getteranno su di te con
i loro grifoni.»
«Come l’hai capito?» S’irrigidisce sotto di me e, cazzo, stringe le
sue cosce intorno ai miei fianchi.
Devo togliermi di torno prima che si renda conto di potere usare un
altro tipo di arma contro di me. «Oh, Violence, sei brava, ma conosco
maestri del veleno migliori di te. Il trucco è non essere così ovvi.»
Brennan sospirerebbe di frustrazione, se sapesse quanto è prevedibile
la sua sorellina. E poi proverebbe a prendermi a calci nel sedere, vista
la posizione in cui siamo io e Violence.
Un sapore amaro m’inonda la bocca. Non ha idea che lui sia vivo.
Apre la bocca come se stesse per parlare.
«Credo che abbia appreso abbastanza per oggi», grida Aetos.
Quando mi ricordo che non siamo soli, mi ci vuole ogni grammo di
autocontrollo per non trasalire. «È sempre così iperprotettivo?» mormoro,
allontanandomi di un paio di centimetri.
«Si preoccupa per me.» Mi fulmina con lo sguardo e io comincio a
pensare che quella sia la sua espressione normale.
«Ti sta trattenendo. A ogni modo, il tuo piccolo segreto è al sicuro
con me.» Inarco il sopracciglio sfregiato e spero che capisca che deve
continuare a custodire il mio. Poi sposto le nostre mani intrecciate lungo
il suo fianco e le faccio rinfoderare il pugnale con il rubino che non ha
motivo di portare con sé. È maledettamente grande per lei. E troppo
pesante.
«Non hai intenzione di disarmarmi?» mi chiede, mentre lascio la
presa e mi raddrizzo.
Grazie agli dei ha il buon senso di allentare le cosce e di liberare i
miei fianchi, perché il mio istinto mi sta dicendo di lasciarli dove sono e
di portarla nella stanza vuota più vicina per vedere quanto siamo attratti
l’uno dall’altra.
Ma sarebbe un disastro assoluto.
«No. Le donne indifese non sono mai state il mio tipo. Per oggi ab-
biamo finito.» Mi alzo in fretta, lasciandola lì, e poi mi dirigo verso il
bordo del tappeto a recuperare le mie armi da Imogen.
«Che diavolo era quello?» mi sussurra, quando mi restituisce l’ultimo
pugnale.
«Aetos!» Ignoro la sua domanda e mi volto verso il caposquadra
dall’altra parte del tappeto, impegnato a coccolare Violence come al solito.
Gira di scatto la testa verso la mia e la sua rabbia mi fa quasi sorridere.
«Le servirebbe un po’ meno protezione e un po’ più istruzione.» Lo
fisso con aria accusatoria finché non annuisce, poi mi volto e me ne vado.
«Da quando in qua addestri quelli del primo anno?» mi chiede Garrick
raggiungendomi con un sorriso stampato sulla faccia, una volta che mi
sono allontanato abbastanza dalla Seconda Squadra. «O si tratta solo di
quella particolare ragazza del primo anno?»
«A volte odio il fatto che tu sia un così acuto osservatore.»
«È difficile non notare il modo in cui la guardi», dice, abbassando
la voce.
«Come se volessi ucciderla?» ribatto, mentre metto a fuoco un’inte-
ressante sfida nella Sezione Rostro.
«Più che altro sco…»
«Non ti conviene finire la frase. Sono in vena di picchiare qualcu-
no.» Siamo due abili guerrieri, per questo ci addestriamo insieme, ma
al momento sono talmente arrabbiato che rischierei di fare del male al
mio migliore amico, nonostante la sua stazza.
«Oh, davvero?» Si appoggia una mano sul cuore e sorride. «Mostrami
come useresti quelle grandi e possenti mani per…»
Gli do una spallata abbastanza forte da farlo barcollare e continuo a
camminare in direzione della Sezione Rostro. Quando si tratta di Sor-
rengail, più lontano è, meglio è.
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